Amore mio, solitudine dimenticata della mia speranza.

Bisogna oltrepassare il limite, spingere e tirare forte, strattonare senza tregua il filo invisibile, quella liana robusta che tiene legata la vita al sogno. E credere, credere, credere senza pietà per il dubbio: credere! Fino a fargli oltrepassare la soglia dell’invisibile, fino a renderlo umano, come la mia vita.
Lo voglio vedere di carne, rotolarsi di gioia davanti ai miei occhi: l’inafferrabile. Avere quell’attimo di incredulità alla bocca del cuore, quando mi sgriderà sorridendo perché l’ho strappato all’eternità rendendolo mortale, e sofferente della mia umanità. Ma lo voglio, lo voglio… lo voglio!
E’ mio. Mi è stato promesso dal sempre dei Cieli. Nessun destino, nessun ritardo di numeri, nessuno sbaglio di calcoli… nessun maleficio dei secoli potrà privarmene. Lui mi è nelle costellazioni dello spirito, fa parte di me. Lo sento nelle cellule della materia, impastato ad esse, dalla profondità all’epidermide. Siamo nati insieme io e lui, un giorno. Eravamo lo splendore in vita dell’amore, quella perfezione d’equilibrio tra la creatura ed il creato. Noi, noi: lo scisso e l’uno invidiato dal male. Si, perché all’inizio dell’uomo, al principio d’ogni cosa c’era l’amore. Lo ha inghiottito la tenebra scellerandolo d’ogni significato, ora pare, per le ombre della terra, solo un sogno. Una fantastica, ironica, beffarda parola scodellata d’ogni che. Ce lo siamo deglutito l’amore. Mangiucchiato da cannibali per la troppa fame di cose.
Come quella mela. E’ stato facile coglierla. Il profumo ed il colore delle cose ci stordiscono. I nostri sensi tutti hanno bisogno della loro esperienza. E noi, anche noi, lo facemmo. Le guardammo, le toccammo, le odorammo tutte le cose intorno, ed erano belle, come un bello incantato ed incontaminato dell’eterno non si può descrivere. E ci guardammo. Nudi, negli occhi, che videro fino al fondo la verità dello spirito. E ci riconoscemmo. Uguali, nell’amore perfetto, che il padrone del sempre ci aveva donato. Amore, che mi manchi di colpa antica, io ti avrò! In questi pascoli odierni, tra le aridità delle genti, seminerò la forza irrazionale, a tratti, anche oscena della fede. Strapperò agli uomini le vergogne della parola, ne farò un rogo, di quelle pensate e dette, ove alloca la nana superbia dell’assoluto potere, dell’essere senza amore, senza patria, senza ragioni dell’infinito. Rimonterò, a cavalcioni, in groppa al cavallo alato del sentimento e sarai mio.
E sarà un solo pensiero lo sguardo al sottostante, un solo grido illuminante pervaderà gli spazi conosciuti e quelli inesplorati e sarà questo: Amore!
Si fletteranno al dietro le chiome, con la fronte del razionale rivolta verso le nostre stelle, e sentirò, quel guardare cieco di incomprensione, come un giudizio spaurito ed inclemente, come un peccare imperdonabile alle proprie coscienze.
Quanti aliti s’innalzeranno a contrastare, e quante fetidezze satureranno l’aria, fino a renderla irrespirabile. Li saluterò. Dal superiore, dal mio pieno al loro vuoto, lascerò cadere miliardi di briciole dal tavolo di questo nostro amore, e li sfamerò. Si sazieranno di me, di noi, di te che sei me, di me che sono te; saranno pieni di noi gli amori della terra.
Esterrefatti e tremanti, con il loro essere per intero attanagliato dal dubbioso imperversare delle domande, senza risposte, senza parole, volgeranno le bocche aperte al raccogliere. Si chineranno, frenetici di cupidigia, alla terra, per afferrare l’oncia, il seme, la goccia, la vita che il nostro impavido sogno gli elargirà.
E m’accompagni, nel nascosto senza parole, con una musica mancante di note, sfornita di pentagramma, che mi saltella l’anima in ogni dove, creando sinfonie di cui non so narrare.
E’ chiara l’alba che ci accoglie in volo. Ne sento addosso tutti i brividi della conoscenza. Ne genero al ventre tutti i figli abortiti dagli uomini in nome delle società raziali. Rimetteremo insieme il nastro rosso ai capelli delle innocenze, perché mai più vi radichi alla terra la perversione del sentire, Affonderemo insieme lo sguardo nelle speranze delle madri che, per secoli, hanno seppellito la carne viva del Sempre dei Cieli alle caverne delle solitudini senza speranze.
Acconceremo le vesti lacere di guerre alle membra degli uomini. Monderemo i visi sepolti dalla fuliggine delle loro lacrime. Spargeremo d’essenza nostra il mondo. E tornerà quello sguardo atavico, quel vedere puro agli occhi dell’anima e non della mente. Tornerà quel coraggio sperduto, smemorato, ferito e moribondo, abbandonato alle bocche dei rapaci, lì… nel campo della vita.

(Marilina Frasci)
Pubblicata il 13 marzo 2010 21:35:50
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7 Marzo 2011 at 20:46 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Come dirtelo
che parto e resto
disciolta e solida
in questo Amore
Desiderio
dove distruggi e ricostruisci
dove muoio e nasco
di eternità
alle tue mani.

(C) (Marilina Frasci)
Pubblicata il 23 maggio 2010 10:36:56
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3 Marzo 2011 at 20:37 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Vorrei tornare per restare,

per non lasciare spazio 

a tempo e distanza tra i corpi,

per non disgiungere l’anime dalle menti. 

 

Tornare

alla dimensione del sempre

e riportarti le parole cadute

dalle labbra –esplose- 

in quel ti amo immenso

–liberazione eterna- 

di un cuore al ventre.

 

 

 (C) Marilina Frasci

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3 Marzo 2011 at 19:57 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Mi dai l’eterno

… perché non questo?

Apri questa porta,

vedrai,

non mi farò cacciare

dal tuo paradiso.

 

(C) Marilina Frasci

3 Marzo 2011 at 19:45 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

 

Amanti, ciò che siamo
davanti al piacere del mondo,
e di noi stessi, che ci cerchiamo
e allontaniamo nel volerci
- nel negarci-

Amanti: “Null’altro”.

Vivi e morti
nelle presenze -nelle assenze-
di scelte che parlano
una lingua difficile,
incomprensibile.

Amanti, di un tempo
-eterno-
che non ricorda e non spera,
non semina alla terra, solo
ara d’amore la vastità in silenzio.

(Marilina Frasci)
Pubblicata il 14 luglio 2010 10:22:00
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3 Marzo 2011 at 19:29 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Spero tu mi abbia perdonata.

 Non mi hai perdonata, ed io non posso dimostrarti la mia buona fede nell’errore.

 Come si può dire la colpa?

 E come si possono dire le speranze?

 Non sarà possibile ad alcuno conoscere l’animo puro del desiderio che trafigge d’errore. Gli uomini sbagliano e poi chiedono scusa. Sono carne fragile di sospetto ed avidità, sono anime petulanti di sogni irrisolti, come problemi che nessuna scienza conosce.

 Io non mi conosco, gioco con i pensieri, con l’esigua cultura, manipolo la razionalità, viviseziono i desideri, ed impasto una approssimativa identità che spaccio per me…, ma io non so chi sono. E la paura parla di me al mondo, semina di mine il vasto campo delle umane relazioni, s’appropria delle mie verità e, piuttosto che appenderle alle verdeggianti fronde dell’albero della vita, le accartoccia come immondizia sotterrandole alle radici del profondo.  

 Ed ho paura sai?

Quando lo sguardo sensitivo mi trapassa le vesti opache della vita, quando penetra nel poro della carne, quando afferra le viscere del mio sentire… io ho paura!

 Mi pare di parlare al silenzio, sussurri, e già conosci il suono della sua risposta. E’ così il chiacchiericcio di questa mia vita: esplicativo ed interrogativo del silenzio.

 Cammino nelle cose del giorno e della notte e non vi è strada familiare nelle emozioni che incontro, tutte nuove, tutte sconosciute ed estranee. Fatico ad abbracciarle e quando sono loro a stringersi a me io, spaventata, provo a liberarmene. Fuggo e cerco. Non conosco quello che cerco e non riconosco quello che fuggo. Come ora, che desidero una risposta, e contemporaneamente, la temo. E taci, in questo disturbo di parole che non scompaiono, decorando di imbarazzo l’attesa del perdono, che sperano e bramano l’arrivo della nuova amicizia.

 Non l’oscurità è l’errore, ma la troppa falsa chiarezza è il disarmo della prudenza, l’abbandono della riflessione, la rinuncia dell’interiore interrogazione. E’ il promiscuo, il confuso, l’amalgamato dell’io, nato da carne e spirito, cresciuto di fatti e sogni. E’ l’indefinito l’errore. Il credere di volere e di essere, e non il comprendere, di non essere ciò che si vuole.

 E devo guardarmi dentro come una lanterna che rovista di luce il buio, vedermi bambina, riconoscermi donna, immaginarmi anziana, ed impaurisce anche il solo fiammifero, spaventa la sua piccola fiamma, trema insicura la mano, muore a tratti il respiro, grida frenetico il cuore.

 Non ho imparato nulla, eppure conosco ogni cosa.

 Ingenuamente saggia tasto la vita da cieca e ne leggo i racconti con le mani, sfiorando l’esperienze piano piano, come fossero ali di farfalla da non deturpare, come fossero petali di fiori da conservare vibranti d’odore alla morte.

 E non si parla al silenzio, se non con l’alito del pensiero, e non si cede alla vita, se non quando vedi l’ulivo fulminato al suolo e le sue orfane frange rotolare al vento in pianto.  Non si abbandona l’aiuto, non si sollevano le mani davanti all’implorazione del bisogno. Non ci si arrende stanchi alla rinuncia di un desiderio che vuole l’amore immenso.

 Non si lascia la domanda orfana sol perché la risposta è dolorosa, sol perché la verità è difficile.  Si fa come l’edera, che resta verde al tronco spoglio dell’inverno e veste ugualmente di vita il bosco dei sentimenti. Si rimane vivi al sentire anche quando il silenzio bisbiglia di dolore sconosciuto, si resta attenti allo spirito che insegna la durezza del crescere.

 E tu, amore mio, quante volte hai ascoltato la silente voce dello spirito? Quante volte hai teso le orecchie e volto lo sguardo all’ombra lunga delle sue domande? Che parole hai ingoiato come pasto scarno di risposta?

 Amore mio, solitudine dimenticata della mia speranza, hai mai pensato a me? A questo desiderio umano, mio e del mondo, a questo bisogno universale scritto nei secoli della carne, ripetutamente risorto agli occhi tuoi, alle tue mani, alle labbra tenere dell’amore che non so dimenticare.

 E mi hai dimenticata, come si dimentica il caldo seno della madre che sfama, mi hai rimossa dalle braccia, allontanandomi all’amore, che è soglia di una vita migliore.

Ed è ciglio ora, che guarda di vertigini il burrone, che osserva di capogiri lo strapiombo dell’aridità, e  tremo di solitudini e paure in questo esistere priva della tua affettività.

 Dimessamente, vaga l’identità alla ricerca del perduto io, in questo viaggio di emozioni che non riesco a leggere, che non riesco a spiegare, che, nonostante l’ignoranza, vivo. Le subisco, le fuggo, le abbraccio, le rincorro, le immagino di fantasie irrealizzabili e poi, stanca dell’impossibile, le penso di razionalità e costrutti. Una fatica immane, ciclica e ripetitiva che ha tregua solo nei molteplici e continui automatismi dei bisogni. Le mie piccole cenerentole relegate ai nascondigli, resettate dalla materia, anestetizzate dal lavoro, messe in fuga dai rapporti umani.  E ritornano, alla sera, nel silenzio, a servirmi la cena, a prepararmi il giaciglio. Le cerco, le chiamo, le ascolto… e sento tutta la fatica che affrontano nel risalire l’abisso, sento tutto il rumore che fanno quando corrono per riabbracciare nuovamente me. S’affollano, m’accerchiano, mi stringono, mi assaltano togliendomi l’aria, ed io non vedo altro che piccoli pezzi d’ognuna di loro, non le distinguo mentre s’avviluppano alla ragione, e si confonde ogni volta, mentre prova con discernimento ad approfondire la loro conoscenza.  Ogni giorno scorre come un’intera vita, e passa, senza lasciare memorie, senza conservare tesori. E sono l’inversa Penelope che, all’incontrario, nella notte tesse e di  giorno sfila l’identità.

25 Febbraio 2010 at 00:06 | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

A ramingo questa colpa
nei passi ciechi dell?autunno
dispersa al sordo rumore
dell?inverno che la insegue
nelle domande mai poste,
nelle risposte mai date,

in quei problemi privi di soluzioni
giunti adesso alla spiaggia della notte,
ad osservare tremanti l?acque grigie,
ora approdati al deserto dell?anima,
dove si scorge solo una luna calda, accesa,
come il fulgore di una lampada al comodino
posto accanto al morbido letto del mare,
ad illuminare i mille delitti del destino.

16 Dicembre 2005 at 21:52 e taggato , ,  | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Ti voglio bene,
non so come ti voglio bene,
non so quanto ti voglio bene,
sono già tanto felice di accorgermi
che ti voglio bene.
Anche quando il tuo sguardo
fugge la mia apparente indifferenza,
anche quando il tuo pensiero
rincorre la mia reale distrazione,
anche quando i miei pensieri,
le mie parole e le mie braccia
ti sono al cuore sconosciute e lontane
e paiono fredde come la vita di chi non ama…
anche allora, soprattutto allora, io ti voglio bene.

Te quiero,
no sé cómo te quiero,
no sé cuánto te quiero,
ya soy tan feliz de enterarse
qué te quiero.
También cuando tu mirada
huye mi aparente indiferencia,
también cuando tu pensamiento
persigue mi real diversión,
también cuando mis pensamientos,
mis palabras y mis brazos
te soy al corazón desconocidas y lejanas
y parecen frías como la vida de quien no quiere…
también entonces, sobre todo entonces, yo te quiero.

16 Dicembre 2005 at 21:51 e taggato ,  | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

Buenas noches mi hija
yo ruego por aquel tu amor
que no nace y muere
a cada respiración
que se eleva al cielo

yo ruego por aquel tu dolor
que nunca se aleja del corazón
y te hace llorar sin lágrimas
y te hace vivir sin luna
y morir sin estrellas

yo ruego por aquel tuyo sueño
que vivas escondido detrás los ojos
que suspira en el silencio de tus largas noches…

buenas noches mi hija
yo velo y ruego.

Buona notte figlia mia

Buona notte figlia mia
io prego per quel tuo amore
che non nasce e muore
ad ogni respiro
che si alza al cielo

io prego per quel tuo dolore
che non si allontana mai dal cuore
e ti fa piangere senza lacrime
e ti fa vivere senza luna
e morire senza stelle

io prego per quel tuo sogno
che vive nascosto dietro gli occhi
che sospira nel silenzio delle tue lunghe notti…

buona notte figlia mia io veglio e prego.

16 Dicembre 2005 at 21:50 e taggato , ,  | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink

A quattro passi dal cuore, nei sentieri dell?anima,
sparse al freddo ciglio della strada le parole!

Quelle sussurrate dal fervido pensiero e dal desiderio,
quelle mute e gridate dal piccolo uomo del mistero:
camminano, passano, e sono ferme, immobili,
sempre uguali, mai identiche, sfuggevoli,
inafferrabili, incomprensibili, sconosciute,
sempre indistinguibili, mai precise, evanescenti,
eppure nuove, fresche, giovani, innocenti e corrotte,
contaminate, impure, guaste, alterate e depravate.

A due passi dal cuore, nei calli della psiche,
sparpagliate al gelido bordo della vita le parole!

Quelle non proferite dalla pietà e dalla misericordia,
quelle soppresse ed occultate dall?enigmatico uomo:
incedono, percorrono, e sono salde, irremovibili,
sempre identiche, mai equivalenti, durevoli,
indefinibili, imperscrutabili, oscure,
sempre impenetrabili, mai nitide, rarefatte,
eppure chiare, limpide, spontanee, pure e sudice,
infangate, disonorate, screditate, offese e calunniate.

Un passo dentro al cuore, tra le ferite dell?amore,
seminate alla sterilità della vita ? le parole!

16 Dicembre 2005 at 21:47 e taggato , ,  | Commenti & Trackbacks (0) | Permalink